di Giovanni Leonardo Damigella
C’è una soglia che una società non dovrebbe mai oltrepassare: quando la forza prende il posto del diritto. Se vince il più forte, non cambia solo la politica: regredisce la cultura. La civiltà vive finché esistono regole condivise, rispetto e limiti al potere.
Quando la forza diventa l’argomento decisivo, tutto si indebolisce: giustizia, libertà, sicurezza, fiducia. Il potere non serve più la comunità, la domina. E la paura svuota le istituzioni: le leggi restano, ma non proteggono; le elezioni restano, ma diventano rituali; l’informazione resta, ma viene piegata.
Per questo la destituzione di un potere va trattata con rigore. Non può essere scorciatoia, vendetta o opportunismo. Non si può destituire solo perché non si condivide una linea economica, una scelta diplomatica o un’idea: in una società matura il dissenso si risolve con politica e diritto, non con l’arbitrio.
Esiste però un’eccezione netta: quando uno Stato fa violenza sui cittadini e viola i diritti umani. Quando reprime, perseguita, annulla libertà fondamentali e trasforma le istituzioni in strumenti di coercizione, non è più ordine: è abuso. E l’abuso non può pretendere legittimità.
In quel caso la destituzione diventa difesa estrema della dignità umana e tentativo di ripristinare la funzione dello Stato: garantire diritti, non calpestarli.
Oggi siamo a un bivio: normalizzare la legge del più forte e spezzare il patto sociale, oppure rimettere al centro il diritto e la persona. Una civiltà si misura dalla forza con cui protegge, non con quella con cui impone.
