di Giovanni Leonardo Damigella
Da tempo assistiamo a una politica monetaria che continua a puntare sull’aumento dei tassi di interesse come principale strumento per contrastare l’inflazione. Una scelta che appare sempre più discutibile.
L’inflazione che ha colpito l’Europa negli ultimi anni non è stata determinata da un eccesso di domanda o da consumi fuori controllo, ma dall’aumento dei costi dell’energia, delle materie prime, dei trasporti e dalle tensioni geopolitiche internazionali. Si tratta quindi di un’inflazione da costi, non di un’inflazione provocata da un’economia surriscaldata.
Continuare ad aumentare i tassi di interesse significa colpire famiglie, imprese e investimenti senza intervenire sulle vere cause del problema. Il risultato è un rallentamento della crescita, una minore competitività delle imprese europee e un aggravio dei costi finanziari che rischia di soffocare l’economia reale.
Quando una strategia continua a produrre effetti dannosi e si dimostra incapace di affrontare le cause dell’inflazione, è doveroso trarne le conseguenze. Per questo ritengo che sia giunto il momento di un profondo cambiamento ai vertici della Banca Centrale Europea. L’Europa ha bisogno di una guida capace di comprendere che non tutte le inflazioni si combattono con gli stessi strumenti e che la difesa della stabilità dei prezzi non può tradursi nella penalizzazione di imprese, famiglie e lavoro.
Persistendo su questa strada, si rischia di infliggere all’economia europea danni ben più gravi di quelli che si vorrebbero combattere.
