Quando la felicità diventa consumo: le parole profetiche di Erich Fromm di Salvo Nugnes

A più di sessant’anni di distanza, le analisi di alcuni grandi pensatori del Novecento continuano a risuonare con una sorprendente attualità. Tra questi, lo psicoanalista e filosofo Erich Fromm aveva già intravisto, alla fine degli anni ’50, molte delle fragilità che oggi caratterizzano la nostra società.

In una celebre intervista del 1958 con Mike Wallace, Fromm rifletteva sulle “malattie” del mondo moderno: il peso crescente del consumismo, la trasformazione del lavoro in prestazione impersonale, la difficoltà sempre più evidente nel vivere relazioni autentiche e, soprattutto, la progressiva perdita della capacità di amare. Secondo il suo pensiero, in una società dominata dal mercato, anche l’essere umano finisce per essere trattato come una merce, soggetta alle stesse logiche di scambio e valutazione.

Pur riferendosi in particolare alla realtà americana dell’epoca, le sue parole hanno finito per assumere un valore universale, quasi profetico. Molte delle dinamiche da lui descritte sembrano infatti essersi amplificate nel tempo, fino a diventare tratti distintivi della contemporaneità.

Fromm sottolineava come, nella società moderna, le persone tendano a “vendere” non solo il proprio lavoro, ma anche la propria immagine e personalità. Questo fenomeno è particolarmente evidente nelle professioni intellettuali e impiegatizie, dove l’individuo è spesso chiamato a presentare se stesso come un prodotto, adattabile alle esigenze del mercato.

Al centro della sua riflessione vi era anche il tema dell’uguaglianza, intesa non come valorizzazione delle differenze, ma come tendenza a rendere tutti intercambiabili, uniformando identità e ruoli fino a ridurre la persona a funzione.

Non meno centrale era la sua analisi dell’amore, che secondo Fromm nella società moderna rischia di essere sostituito da forme superficiali di sentimentalismo. L’ossessione per il successo, il denaro e il consumo avrebbe progressivamente indebolito la capacità di costruire legami profondi e autentici, generando individui spesso istruiti e performanti, ma interiormente svuotati.

Il filosofo metteva inoltre in guardia dai rischi di un modello di sviluppo fondato sull’accumulo illimitato di beni e sul dominio della natura, osservando come tale impostazione finisca per ridefinire anche l’idea stessa di felicità.

In questa visione, la felicità non coincide più con la crescita interiore o con la qualità delle relazioni umane, ma viene spesso identificata con il consumo continuo e l’accesso illimitato a beni materiali, in un ciclo senza fine di desideri e soddisfazioni effimere.

Eppure, concludeva Fromm, una vera condizione di felicità non può prescindere dalla profondità delle relazioni umane e dal rapporto armonico con la natura. Essa nasce dall’incontro autentico con l’altro e dalla capacità di vivere pienamente le emozioni, senza ridurle a semplice funzione produttiva o consumo emotivo.
Un messaggio, quello di Fromm, che a distanza di decenni continua a interrogare criticamente il nostro presente.