Separazione delle carriere: giusto processo o scontro di potere?

di Giovanni Leonardo Damigella

Il dibattito sulla separazione delle carriere nella magistratura si è riacceso con toni da resa dei conti. Eppure la domanda che interessa davvero i cittadini è molto più semplice: la giustizia oggi è indipendente e garantisce un giusto processo?

La Costituzione non lascia dubbi: l’indipendenza della magistratura è un pilastro dello Stato di diritto. Ma tra la teoria e la realtà quotidiana si apre spesso un varco che alimenta sfiducia: processi interminabili, vite sospese per anni, reputazioni distrutte prima di una sentenza, e la sensazione diffusa che tra accusa e difesa non ci sia una vera parità di forze.

È qui che entra in gioco la riforma. Separare in modo netto il percorso di chi accusa (pubblico ministero) da quello di chi giudica significa, nelle intenzioni, rafforzare la terzietà del giudice. Perché la giustizia non deve solo essere imparziale: deve anche apparirlo. Se il cittadino percepisce una vicinanza culturale o “di carriera” tra chi sostiene l’accusa e chi decide, anche senza alcuna scorrettezza, il sospetto cresce e la credibilità crolla.

Ma attenzione: la separazione delle carriere non può diventare un gioco di leve in cui qualcuno guadagna potere e qualcun altro lo perde. Una riforma scritta male rischia di produrre l’effetto opposto: un’accusa più forte e più verticale, un sistema più chiuso, e un processo ancora più distante dalle esigenze dei cittadini. Il punto non è spostare l’asse del potere: è riportare il processo al suo scopo, cioè la verità giudiziaria nel rispetto delle garanzie.

C’è poi un tema che l’Italia non può più ignorare: toga e politica devono restare mondi separati. Un magistrato può avere idee come ogni cittadino, ma quando indossa la toga ha un dovere più alto: mettere da parte l’ideologia e giudicare con mente libera, solo sui fatti e sul diritto. La storia recente dimostra che ogni confusione di ruoli avvelena tutto: la giustizia, la politica, la società.

Se la riforma vuole essere credibile, deve parlare chiaro: più terzietà, più equilibrio, più tempi certi. Perché la vera posta in gioco non è una bandiera di parte. È una sola: la fiducia dei cittadini nello Stato