di Anna Actis
C’è un Piemonte meno raccontato, lontano dai circuiti più frequentati, che sorprende chi lo visita con la bellezza e la forza discreta dei suoi paesaggi e la profondità della sua storia. È il Canavese, terra di confine tra la pianura e le Alpi, incastonata tra Torino e la Valle d’Aosta, dove la natura dialoga da secoli con borghi, castelli e tradizioni autentiche.
È una terra ricca di tradizioni millenarie e di bellezze naturali.
Molti piccoli laghi, di origine glaciale, sono disseminati tra le colline del Canavese soprattutto in aree boschive, molti, ben sette, si trovano nei pressi di Ivrea, le loro acque fresche e limpide che riflettono il cielo, la natura e i castelli, sono meta di numerose escursioni e trekking che possono riservare una insolita esperienza, camminare sulle “terre ballerine”, una zona dove il terreno danza sotto i piedi e gli alberi si muovono a causa di una torbiera che trattiene l’acqua sotto uno strato di materiale organico.
Le montagne, che si innalzano ai confini con la Valle d’Aosta, sono spesso ancora selvagge e incontaminate fino a giungere al Parco Nazionale del Gran Paradiso, dove si possono incontrare stambecchi e camosci e altra fauna protetta, qui si innalzano le cime più alte che raggiungono i 4000 metri.
Il grandioso Anfiteatro Morenico di Ivrea (AMI), formato dal ghiacciaio Balteo che scendendo dalla Valle d’Aosta ha scolpito il paesaggio del Canavese con laghi e colline. Nel periodo di massima estensione il ghiacciaio giungeva fino a Mazzè, situata sulla morena frontale, dove il fiume Dora Baltea si è scavato una forra per poi raggiungere il Po poco lontano. Qui, sulla morena frontale, anche la storia ha lasciato traccia con gli evidenti resti delle miniere d’oro, miniere a cielo aperto coltivate prima dalle tribù salasse poi dai romani.

Formatesi probabilmente dalla fusione tra Celti giunti da nord e i Liguri, primitivi abitanti della zona, le tribù salasse, gente fiera e combattiva, tennero testa per un centinaio di anni alle legioni romane che volevano aprirsi un varco verso i passi alpini della Valle di Aosta.
La storia ha lasciato un’impronta notevole fin dalla fitta rete di chiese romaniche, punto di riferimento ai pellegrini della “Via Francigena” che si recavano a Roma. Castelli feudali si ergono, ancora oggi imponenti, nella maggior parte dei paesi a ricordare un periodo turbolento di lotte tra feudi, qui domina la figura di Arduino, marchese di Ivrea. Diventato Re d’Italia nel 1002, fu una figura leggendaria simbolo della lotta contro il potere imperiale e l’autorità ecclesiastica rappresentata dal vescovo Warmondo Arborio cui si deve un notevole Sacramentario, un codice miniato riccamente illustrato conservato nella Biblioteca Capitolare di Ivrea accanto ad altri codici minori posseduti dal vescovo Warmondo.
La storia si è poi dipanata tra alterne vicende, l’arrivo dei Savoia e il loro tentativo di sottomettere nobili recalcitranti, periodiche incursioni dei francesi che intendevano annettersi il Piemonte, e poi gli echi della Rivoluzione Francese, i sentimenti giacobini e l’arrivo di Napoleone… mentre la gente comune erigeva grandi chiese. Notevoli chiese barocche impreziosiscono anche piccoli paesi a testimonianza di una fede profonda.
Anche l’architettura industriale del ‘900 ha un punto di eccellenza nel complesso della Olivetti di Ivrea, città diventata patrimonio mondiale dell’umanità come “Città industriale del XX secolo”.
Molte eccellenze e produzioni di nicchia si distinguono oggi a partire dai vini: l’Erbaluce, un bianco, vitigno portato probabilmente dai romani, che si produce a Caluso e altri comuni canavesani, tra gli altri si fa notare il Carema, un nebbiolo frutto di una viticoltura eroica dove le viti si arrampicano su aspri pendii terrazzati. E poi piatti locali, dolci speciali si sono conquisati un’eccellenza di nicchia che va ricercata nei piccoli ristoranti che coprono il territorio.
E per ultimo vorrei ricordare lo spettacolare Carnevale di Ivrea che contrappone, a colpi di arance, i diversi rioni della città in una battaglia cruenta, ma molto sentita, una rivalità che vive e si manifesta durante l’intero anno.
Il Canavese è tutto questo e molto di più. Credo sia ora di farlo conoscere al di fuori dei suoi confini perché i canavesani, gente molto schiva, sono sempre restii ad esibire le proprie capacità e le proprie eccellenze.

