di Giovanni Damigella
Tre morti sul lavoro in un solo giorno. Un bollettino che non accenna a fermarsi e che ripropone, ancora una volta, un dramma nazionale. Ma la domanda è: perché il sistema attuale non funziona?
La risposta, purtroppo, è sotto gli occhi di tutti. Continuare a colpevolizzare unicamente i datori di lavoro non basta: anche loro sono vittime di un meccanismo inefficace, fondato su corsi di formazione spesso solo teorici e poco incisivi.
Oggi la sicurezza viene affidata a lezioni in aula, manuali e dispense che raramente restano davvero impressi nella mente degli operai. Un sistema burocratico, costoso, che arricchisce chi organizza i corsi ma non garantisce la riduzione degli infortuni.
Eppure, chi lavora in fabbrica o in cantiere sa che la vera formazione deve essere diversa: pratica, concreta, svolta direttamente nei luoghi di lavoro. Non serve leggere un manuale per capire che un serbatoio, anche se apparentemente vuoto, può contenere vapori esplosivi in grado di uccidere chi tenta una saldatura. Serve vederlo, sperimentarlo, avere accanto un capocantiere esperto che sappia trasmettere conoscenze reali.
L’uso di video e filmati di incidenti – strumenti capaci di colpire la memoria e la sensibilità dei lavoratori – avrebbe un impatto infinitamente maggiore delle lezioni frontali. La sicurezza non può essere solo un obbligo normativo: deve diventare cultura, consapevolezza, responsabilità condivisa.
Se vogliamo davvero fermare la strage silenziosa delle morti bianche, bisogna cambiare radicalmente approccio. Non più burocrazia e attestati, ma formazione viva sul campo, con il coinvolgimento di chi conosce i rischi perché li affronta ogni giorno.
Solo così, forse, potremo sperare che il lavoro torni ad essere fonte di dignità e non di morte.
