Dal declino alla ripartenza: il “fattore Meloni” tra credibilità internazionale e sostegno alle imprese

di Giovanni Leonardo Damigella

L’Italia non cresce da oltre vent’anni: un dato che attraversa governi di centrosinistra, maggioranze miste e stagioni politiche diverse. Il problema, quindi, non è una formula elettorale, ma un modello che per troppo tempo ha reso difficile fare impresa e investire.

Da oltre trent’anni molte aziende denunciano un ambiente ostile: burocrazia asfissiante, vincoli, autorizzazioni lente, incertezza normativa e un rapporto complicato tra Stato e produzione. In questo quadro si è spesso consolidata l’idea che chi crea lavoro debba essere guardato con sospetto, mentre chi aggira le regole trovi spiragli e tolleranze. Anche la transizione ecologica, tema serio e decisivo, è stata talvolta trasformata in un elenco di divieti e procedure, più che in una politica industriale capace di innovare senza paralizzare.

Secondo i critici, gli ultimi governi riconducibili all’area di sinistra non hanno invertito la rotta: al contrario, avrebbero aggravato l’incertezza per famiglie e imprese, senza incidere davvero su produttività, competitività e costo del “fare”. Il bilancio viene giudicato negativamente soprattutto sul fronte della crescita: troppe misure percepite come ideologiche, troppo poca attenzione alle esigenze del tessuto produttivo e ai tempi dell’economia reale.

Sul piano internazionale, l’Italia ha pagato anche scelte discutibili. La stagione della “Via della Seta” è stata vissuta da molti come un azzardo: l’illusione di un vantaggio rapido, con il rischio di favorire trasferimenti di know-how e di rafforzare un concorrente che oggi, con regole e costi non comparabili, pesa sulla competitività europea.

È qui che il “fattore Meloni” diventa centrale. Al di là delle appartenenze, Giorgia Meloni ha riportato l’Italia a una postura riconoscibile: più credibilità, più chiarezza, più peso nei tavoli internazionali. Ha restituito al Paese dignità e prestigio e ha rimesso al centro un concetto che per anni è stato quasi imbarazzante pronunciare: l’interesse nazionale.

In una fase di risorse limitate, il suo approccio è apparso pragmatico: scegliere priorità, difendere il lavoro, sostenere la competitività, dare un segnale di rispetto a chi investe e produce. Nessuna bacchetta magica, certo. Ma una direzione sì: meno ideologia e più realismo. Perché senza imprese forti e uno Stato che le accompagna invece di ostacolarle, la crescita resta solo una parola nei talk show.