L’energia non si governa con l’ideologia

di Giovanni Leonardo Damigella

Nel dibattito pubblico sull’energia si è affermata una semplificazione tanto comoda quanto pericolosa: trasformare petrolio, gas e carbone in bersagli ideologici, come se bastasse condannarli per liberarsene. Ma la realtà, come spesso accade, è assai meno docile degli slogan.

Ancora oggi il mondo si regge in larga misura sulle fonti tradizionali. Basta che una quota anche limitata di petrolio o di gas venga meno perché l’intero sistema mostri la sua fragilità: trasporti in affanno, costi industriali in aumento, filiere sotto pressione, bollette più care, famiglie e imprese esposte a una nuova instabilità. In quei momenti si comprende con chiarezza che l’energia non è una materia per manifesti, ma per governi seri.

Nessuno mette in discussione la necessità di una transizione verso modelli più sostenibili. Sarebbe miope farlo. Ma altrettanto miope è pensare che una trasformazione così profonda possa essere guidata da chi affronta il tema come una crociata politica, senza misurarsi con la sua complessità tecnica, economica e geopolitica.

Una parte del fronte ambientalista ha scelto da tempo la via più facile: protestare contro le fonti fossili senza comprendere davvero quanto esse restino centrali per la produzione, la logistica, la mobilità e la sicurezza energetica. Si confonde la legittima aspirazione al cambiamento con la presunzione di poter smantellare il presente prima ancora di aver costruito il futuro.

Anche l’elettrificazione, spesso evocata come soluzione universale, non può essere trattata come un dogma. Richiede reti adeguate, sistemi di accumulo, investimenti enormi, tecnologie mature, tempi realistici. Soprattutto, richiede pragmatismo. Perché la transizione non si realizza con i proclami, ma con equilibrio e competenza.

Le nazioni serie non inseguono le mode ideologiche. Difendono i propri approvvigionamenti, diversificano le fonti, accompagnano l’innovazione senza compromettere la stabilità economica e sociale. Quando l’ideologia prende il posto della competenza, il risultato non è il progresso: è un sistema più fragile, più costoso e più esposto alle crisi.