di Giovanni Leonardo Damigella
Ci sono momenti nei quali il silenzio internazionale non è prudenza, ma complicità. L’Iran è uno di questi. Da troppo tempo il regime reprime il dissenso, soffoca le proteste, umilia i diritti fondamentali e trasforma la paura in uno strumento di governo. Ma c’è un punto che più di ogni altro interroga la coscienza del mondo: le impiccagioni compiute in nome di Dio. E allora la domanda diventa inevitabile: in nome di quale Dio si può togliere la vita a un ragazzo, a una donna, a un oppositore, soltanto perché ha osato protestare? Non del Dio della giustizia, non del Dio della misericordia, non del Dio che parla alla parte più alta dell’uomo. Qui la religione non è fede: è diventata un alibi del potere, una maschera della violenza, una giustificazione della crudeltà.
Ed è proprio per questo che il problema iraniano non può essere liquidato come una questione interna. Quando uno Stato usa il sacro per legittimare la repressione, quando trasforma la legge in terrore e la giustizia in vendetta, la comunità internazionale ha il dovere di reagire. Non con parole di circostanza, non con dichiarazioni rituali, ma con una linea politica seria, comune, ferma. Le Nazioni Unite avrebbero dovuto assumere un ruolo più incisivo, più credibile, più coraggioso. Non bastava osservare: bisognava intervenire sul piano diplomatico e politico per isolare un regime che da anni opprime il suo stesso popolo.
Questo non significa invocare guerre o affidare tutto agli Stati Uniti. L’America non può essere il poliziotto del mondo, né sarebbe giusto pretenderlo. Ma proprio per questo appare ancora più grave il vuoto dell’Europa e l’impotenza di un sistema internazionale che troppo spesso si ferma alla condanna verbale.
Anche il linguaggio della leadership conta. Un presidente americano non può esprimersi come un cowboy davanti a crisi che coinvolgono vite umane e stabilità globale. Servono misura, equilibrio, autorevolezza.
La verità è che la questione iraniana riguarda tutti noi. Riguarda il valore che l’Occidente attribuisce davvero alla libertà, alla dignità e ai diritti umani. Perché ogni volta che il mondo libero tollera l’intollerabile, non si indeboliscono soltanto le vittime: si indebolisce anche la nostra coscienza.
