Il gioco dell’oca della burocrazia italiana

di Giovanni Leonardo Damigella

L’Italia continua a chiedersi perché non cresce, perché gli investimenti rallentano e perché tanti imprenditori rinunciano o scelgono di andare altrove. La risposta, molto spesso, è semplice: la burocrazia.

Oggi fare impresa in Italia assomiglia sempre più a una partita al gioco dell’oca. Dopo anni di sacrifici, investimenti, progetti, autorizzazioni e documenti, quando finalmente si pensa di essere arrivati vicino al traguardo, ecco comparire una nuova richiesta, un nuovo parere, un nuovo vincolo, una nuova interpretazione. E si torna indietro. A volte di qualche casella, altre volte direttamente al punto di partenza.

È un sistema che scoraggia chi lavora, chi investe e chi crea occupazione.

Non si tratta più di semplici controlli amministrativi, che sono giusti e necessari. Il problema è diventato l’eccesso di enti, commissioni, procedure e uffici che spesso si sovrappongono senza assumersi alcuna responsabilità concreta. Ogni pratica può restare bloccata per mesi o anni, mentre le imprese continuano a pagare stipendi, tasse, banche, energia e costi sempre più elevati.

La situazione più grave è l’incertezza.
In Italia non esistono quasi mai tempi certi. Un imprenditore può accettare un “sì” o un “no”. Quello che distrugge imprese e investimenti è restare sospesi per anni dentro un labirinto burocratico dove ogni ufficio interpreta le norme in modo diverso e nessuno decide davvero.

E in Sicilia tutto questo si moltiplica per dieci.

La nostra autonomia avrebbe dovuto rendere più veloce ed efficiente l’amministrazione regionale, più vicina ai territori e alle esigenze delle imprese. Troppo spesso, invece, si è trasformata in un ulteriore livello burocratico fatto di passaggi infiniti, competenze sovrapposte e procedure ancora più complicate rispetto al resto d’Italia.

Chi investe in Sicilia si ritrova frequentemente intrappolato tra assessorati, pareri, autorizzazioni, enti regionali, provinciali e comunali che si rincorrono senza mai assumersi fino in fondo la responsabilità di decidere. E mentre la politica parla di sviluppo del Sud, le imprese combattono ogni giorno contro un sistema che sembra nato più per bloccare che per far crescere.

Così si fermano cantieri, si perdono investimenti e tanti giovani sono costretti a lasciare la propria terra non per mancanza di capacità, ma per mancanza di opportunità.

La verità è che nessun governo potrà mai rilanciare seriamente l’economia italiana senza una rivoluzione nella pubblica amministrazione. Non bastano incentivi, bonus o promesse elettorali se poi per ottenere un’autorizzazione servono anni.

Uno Stato moderno deve controllare, ma deve anche decidere. Perché uno Stato che non decide diventa esso stesso il primo ostacolo allo sviluppo.

Molti imprenditori oggi non chiedono aiuti. Chiedono soltanto di poter lavorare. Chiedono regole chiare, tempi certi e uffici capaci di assumersi responsabilità senza nascondersi dietro cavilli e rinvii continui.

L’Italia, e la Sicilia in particolare, avrebbero tutte le capacità per essere protagoniste di una grande stagione di crescita. Ma finché continueremo a trasformare ogni investimento in una corsa a ostacoli, resteremo fermi dentro il più assurdo dei giochi dell’oca burocratici.