di Giovanni Leonardo Damigella
C’è un indicatore che, più di tante dichiarazioni, fotografa il momento dell’Italia: la credibilità. E oggi la credibilità passa anche dai mercati. Nelle ultime emissioni, il Tesoro ha raccolto una domanda eccezionale sui titoli di Stato, con ordini per oltre 265 miliardi a fronte di 20 miliardi collocati: un segnale di fiducia concreta.
Qui il governo Meloni un merito lo ha, e va riconosciuto: ha riportato stabilità e prevedibilità nell’azione di governo. Una linea chiara, una guida riconoscibile e la capacità di tenere il timone nelle turbolenze internazionali sono elementi che investitori e partner valutano. Non è “magia”: spread e rendimenti dipendono anche da tassi e contesto globale. Ma quando l’Italia viene percepita come più affidabile, il costo dell’incertezza scende e il Paese guadagna spazio.
Accanto ai mercati c’è il terreno più vicino alle famiglie: il lavoro. Il quadro complessivo resta positivo, con un miglioramento su base annua e un’economia che, pur tra difficoltà, tiene. Anche qui la scelta di evitare avventurismi e di mantenere un dialogo credibile con imprese e investitori ha aiutato a consolidare un clima di fiducia. La sfida, ora, è alzare la qualità: più produttività, più formazione, più salari reali.
Infine la politica estera, dove la premier ha investito molto in presenza e riconoscibilità. L’Italia è tornata a pesare con una postura più netta su dossier cruciali come energia, sicurezza e migrazioni. Su alcune scelte si discute, com’è normale, ma la coerenza di linea ha un valore: un Paese che decide e mantiene la rotta conta di più.
In sintesi, il “fattore Meloni” sta costruendo prestigio per l’Italia su due leve: credibilità finanziaria e centralità politica. Il vero banco di prova sarà trasformare questo capitale in crescita stabile e diffusa. Ma una cosa è già chiara: oggi l’Italia appare più rispettata, e non è un dettaglio.
