Opposizione o tifoseria? Quando la politica perde il merito

di Giovanni Leonardo Damigella

Guardo con amarezza la politica italiana: un’opposizione che sembra vivere di un solo verbo, “abbattere”. Abbattere Giorgia Meloni, a qualunque costo, criticando ogni scelta e spesso perfino i risultati ottenuti in campo internazionale. Non chiedo applausi al governo, né indulgenza: l’opposizione deve vigilare, contestare, denunciare errori e incoerenze. Ma qui il problema è un altro: troppo spesso la critica non è merito, è riflesso. E quando diventa pregiudizio, a perdere non è il governo: è l’Italia.

Perché c’è una linea che non andrebbe mai superata: l’interesse nazionale. In politica estera si può dissentire, eccome. Ma negare tutto per principio comunica una cosa semplice e devastante: non conta il Paese, conta solo la tifoseria. È il modo più rapido per rendere la politica un ring e il cittadino un disilluso.

Il punto più grave, però, non è neppure il tono. È il vuoto. È l’assenza di alternative. Assistiamo a slogan, polemiche, etichette. Ma dov’è la proposta? Dov’è la legge “migliore” che sostituisce quella del governo? Se la maggioranza presenta un testo, l’opposizione dovrebbe rispondere con un testo: articoli, coperture, obiettivi, tempi. La credibilità si misura così: non nella battuta da talk show, ma nella capacità di costruire soluzioni.

La polemica permanente non scalda la democrazia: la consuma. Allontana i cittadini, alimenta l’astensione, indebolisce la fiducia nelle istituzioni. E alla fine resta solo un rumore di fondo, un frastuono che copre tutto: problemi reali, lavoro, imprese, sicurezza, futuro.

Un’opposizione propositiva non è un’opposizione arrendevole: è un’opposizione adulta. Sa dire “no”, ma sa anche dire “ecco come si fa meglio”. Perché senza alternative non c’è confronto, e senza confronto non c’è politica: c’è solo propaganda. E la propaganda, alla lunga, non fa cadere un governo: fa cadere la speranza dei cittadini.