di Giovanni Leonardo Damigella
Guardando le notizie si arriva a una domanda amara: quanto ancora possiamo reggere? Groenlandia, Gaza, Ucraina, Venezuela, Iran: crisi diverse, ma legate da un filo comune. Non è solo la somma dei conflitti. È la sensazione che il mondo abbia perso il freno, che la prudenza sia diventata debolezza e che la misura non faccia più notizia. Da qui l’espressione che tanti ripetono, sconfortati: “è diventato un mondo di pazzi”.
Eppure non è semplice follia. È un sistema internazionale sotto stress, dove competizione tra potenze, fragilità interne degli Stati e sfiducia nelle regole comuni si alimentano a vicenda. In questo clima basta poco per spostare gli equilibri: una provocazione, un attacco “dimostrativo”, un leader che alza la posta per ragioni interne. Il disordine diventa metodo, la tensione una condizione permanente.
Il dato più inquietante è che le crisi non viaggiano mai isolate. Si contagiano: la guerra produce energia cara, l’energia cara produce tensione sociale, la tensione sociale alimenta estremismi e propaganda. È un circuito che rende instabili mercati, alleanze, confini. E il pericolo maggiore non è il grande piano, ma l’incidente: un errore di calcolo, un drone, una risposta sproporzionata, un’escalation “per non perdere la faccia”.
In questo scenario la guerra psicologica pesa quasi quanto quella sul campo. Minacce, toni alti, narrativa prima dei fatti: è la politica estera dell’era social, dove la comunicazione spesso precede la realtà e la spinge. E più l’opinione pubblica è spaventata, più diventa facile guidarla con slogan e paure.
Che fare, allora? Prima di tutto non regalare al caos anche la nostra lucidità. Essere informati non significa essere bombardati: scegliere poche fonti affidabili, limitare il tempo delle notizie, distinguere fatti e ipotesi. L’ansia in streaming non è conoscenza.
Poi, ridare valore a ciò che possiamo governare davvero: lavoro, relazioni, comunità, responsabilità quotidiana. Non è rassegnazione, è solidità. E una società solida è più difficile da destabilizzare.
Infine, tornare a pretendere politica vera: obiettivi chiari e accordi verificabili, non retorica. Perché la retorica senza architettura produce delusione, e la delusione produce rabbia. Oggi la rabbia è il carburante preferito di chi vive di scontro.
Sì, il mondo è in una fase pericolosa. Proprio per questo non possiamo permetterci il lusso della disperazione. Il caos si nutre di paura e confusione; la lucidità è già una forma di resistenza. La prima, la più necessaria: non farci rubare la testa mentre ci rubano la tranquillità.
