Frana di Niscemi: delocalizzare è più razionale che inseguire opere senza certezze

di Giovanni Leonardo Damigella

La frana che ha colpito Niscemi non può essere archiviata come un episodio isolato o imprevedibile. Il movimento del terreno, ampio e profondo, era già in atto da tempo e ha portato all’evacuazione di numerose famiglie, alla chiusura di infrastrutture e alla dichiarazione dello stato di emergenza. Davanti a un fenomeno strutturale di questa portata, continuare a puntare esclusivamente su grandi opere di contenimento solleva più di una perplessità.

La domanda è semplice e concreta: è davvero sensato investire risorse ingentissime in interventi complessi, dai tempi lunghi e dall’esito incerto, oppure è più logico affrontare il problema alla radice, spostando definitivamente il quartiere che insiste su un’area ormai riconosciuta come instabile?

L’esperienza italiana insegna che le cosiddette opere “ciclopiche” contro il dissesto idrogeologico raramente garantiscono soluzioni definitive. Spesso riducono il rischio senza eliminarlo, richiedono manutenzioni continue e generano costi difficilmente preventivabili. Nel frattempo, i cittadini restano sospesi in una condizione di precarietà, senza certezze sul futuro delle proprie abitazioni.

La delocalizzazione, invece, rappresenta una scelta moderna, razionale e responsabile. Spostare le famiglie in aree sicure significa eliminare il rischio alla fonte e restituire stabilità e dignità a chi ha perso la propria casa. Con una pianificazione seria, si potrebbe realizzare un nuovo quartiere moderno, efficiente e di qualità, con costi complessivi potenzialmente inferiori a quelli di interventi strutturali dall’efficacia dubbia.

L’area liberata potrebbe essere trasformata in un grande parco pubblico, con spazi verdi e aree gioco, creando una fascia di rispetto che impedisca future edificazioni in una zona pericolosa. Sarebbe anche un messaggio culturale forte: in certi luoghi non si deve più costruire, perché la sicurezza viene prima di tutto.

Ciò non esclude interventi tecnici mirati per il drenaggio e la protezione delle zone limitrofe. Ma la strategia deve cambiare: meno accanimento sul versante, più visione urbanistica e rispetto del territorio. Niscemi può diventare un esempio virtuoso di come affrontare il dissesto idrogeologico con scelte coraggiose, definitive e orientate al futuro.