Trump, il disordine globale e l’Europa incompiuta

di Giovanni Leonardo Damigella

Il problema non è soltanto Donald Trump. Il problema è l’effetto sistemico che la sua idea di potere produce in una fase già segnata da guerre regionali, tensioni commerciali, fragilità energetiche e crescente sfiducia negli strumenti della cooperazione multilaterale.

Quando la politica estera viene ridotta a pressione, minaccia e negoziazione permanente, l’instabilità smette di essere un incidente e diventa metodo. Trump interpreta i rapporti internazionali come rapporti di forza. In questa impostazione, l’alleanza non è un vincolo strategico tra partner, ma una relazione da ridefinire ogni volta in funzione dell’interesse immediato americano.

È una logica che può apparire efficace nel breve periodo, ma che nel medio termine accresce l’incertezza, indebolisce la fiducia e rende più costosa ogni forma di coordinamento politico ed economico. Anche sul terreno commerciale il segnale è chiaro: il ricorso ai dazi come leva geopolitica alimenta tensioni che incidono sui mercati, sulle filiere e sulle decisioni di investimento.

Per l’Europa, però, il nodo decisivo è un altro. La radicalità di Trump mette a nudo la persistente incompiutezza del progetto europeo. L’Unione conserva un peso economico rilevante, una notevole capacità regolatoria e una base industriale ancora decisiva. Ma continua a mostrare limiti evidenti quando è chiamata a esprimere una linea politica comune su sicurezza, difesa, politica estera ed energia.

Anche per questo Bruxelles e le capitali europee appaiono spesso più impegnate a contenere gli effetti delle crisi che a orientarne gli esiti. È qui che il problema americano si salda con la fragilità europea. Una Washington più aggressiva e meno prevedibile aumenta la pressione sugli alleati; ma un’Europa divisa rende quella pressione ancora più difficile da governare.

Il risultato è un Occidente meno coeso, più esposto agli shock geopolitici e meno capace di trasformare la propria forza economica in iniziativa strategica. Per questo la questione non può esaurirsi in un giudizio su Trump. Il punto è capire se l’Europa voglia restare un grande mercato vulnerabile oppure diventare, finalmente, un soggetto politico.

In un contesto internazionale che premia rapidità decisionale, coesione e autonomia strategica, l’inazione ha un costo crescente. E oggi quel costo coincide con il rischio più evidente: subire il disordine senza più avere la forza di correggerlo.