Potenza, doppio standard e ambizione morale: le ragioni di un rigetto globale
di Giovanni Leonardo Damigella
Gli Stati Uniti continuano a occupare una posizione unica nello scenario internazionale: nessun altro Paese concentra nello stesso modo potenza militare, influenza economica, centralità culturale e capacità di orientare il linguaggio politico globale. Ed è proprio questa eccezionalità a renderli, insieme, ammirati e respinti.
Dire che “tutto il mondo” odia l’America è una semplificazione. Più corretto è osservare che gli Stati Uniti riescono, più di ogni altra potenza, a suscitare diffidenza e ostilità. Il motivo non risiede soltanto nella loro forza, ma nel modo in cui tale forza viene esercitata e raccontata.
Da decenni Washington si presenta come garante della democrazia, della libertà e dell’ordine internazionale. Tuttavia, una parte crescente dell’opinione pubblica mondiale coglie una vistosa contraddizione tra i principi proclamati e le scelte compiute. Guerre giustificate come necessarie, interventi presentati come umanitari, alleanze difese in nome della stabilità anche quando risultano moralmente imbarazzanti: tutto questo ha alimentato l’idea di un’America severa con i rivali e indulgente con se stessa e con i propri alleati.
Il nodo centrale è il doppio standard. Quando a violare regole e principi sono i nemici degli Stati Uniti, la risposta americana appare inflessibile. Quando invece le stesse ambiguità riguardano il campo occidentale, il giudizio diventa più prudente, più sfumato, più selettivo. È questa elasticità morale, prima ancora della superiorità militare, a logorare la credibilità di Washington.
A ciò si aggiunge la dimensione culturale. L’America non esporta soltanto potenza: esporta modelli, linguaggi, immaginari, stili di vita. Hollywood, Silicon Valley, la finanza globale, i social network, il soft power universitario: tutto contribuisce a una presenza costante che molti percepiscono come fascinazione, altri come invadenza. Non si tratta solo di geopolitica, ma di una forma di centralità che entra nella vita quotidiana delle società contemporanee e spesso pretende di imporsi come misura universale del progresso.
Il paradosso americano sta qui: gli Stati Uniti chiedono di essere riconosciuti come guida morale del mondo proprio mentre una parte del mondo li considera responsabili di instabilità, interferenze e squilibri. È una frattura che non nasce dall’invidia, ma dalla distanza tra il racconto di sé e la realtà delle proprie azioni.
Naturalmente l’America non è soltanto questo. È anche innovazione, ricerca, letteratura, cinema, diritti civili, capacità di reinventarsi. Ma proprio questa grandezza rende più visibili le sue contraddizioni. Più una potenza si presenta come modello universale, più severo sarà il giudizio quando tradisce i valori che afferma di difendere.
Per questo l’America non è odiata da tutti. Ma pochi Paesi, come gli Stati Uniti, riescono a trasformare la propria forza in una fonte così costante di ammirazione e insieme di rigetto.
