Hanno vinto un referendum, non imparato a governare

di Giovanni Leonardo Damigella

La sinistra oggi urla alla vittoria. Esulta. Si gonfia. Si illude di aver già chiuso la partita. Ma la verità è un’altra: ha vinto un referendum, non ha dimostrato di saper governare l’Italia.

È questa la differenza che conta. E non è una differenza da poco.

Un voto può premiare una protesta. Può punire un governo. Può accendere per qualche giorno l’entusiasmo di un’opposizione in cerca di riscatto. Ma non basta a trasformare il vuoto in visione, la propaganda in proposta, l’urlo in classe dirigente.

La sinistra festeggia, ma resta priva di idee forti per il futuro del Paese. Non indica una rotta. Non offre una strategia. Non dice agli italiani quale Italia vuole costruire. Si limita a colpire l’avversario, ad alimentare lo scontro, a vivere di contrapposizione. È capace di demolire, ma non di edificare.

Ed è singolare che proprio chi oggi alzi i toni e impartisca lezioni abbia sulle spalle una lunga stagione di sprechi, assistenzialismo confuso e scelte che hanno pesato sui conti pubblici. Risorse bruciate. Ricchezza che non avevamo. Misure pensate per raccogliere consenso immediato, non per dare stabilità alla nazione. Questa è stata la loro eredità.

Giorgia Meloni può avere subito una sconfitta politica, ma resta il fatto che il suo governo ha provato a rimettere ordine dove altri avevano lasciato disordine. Ha cercato di restituire serietà, credibilità, direzione. E questo la sinistra non lo sopporta, perché sa che il punto non è il singolo inciampo del governo. Il punto è che, anche quando vince, continua a non convincere fino in fondo.

La loro vittoria nasce anche da una campagna aggressiva, esasperata, costruita più sull’attacco che sul merito. Hanno trasformato il referendum in un regolamento di conti politico. Hanno spinto sulla rabbia, non sulla responsabilità. E oggi provano a spacciare questo risultato per una consacrazione nazionale. Non lo è.

Per governare un Paese servono ben altre qualità. Servono nervi saldi. Servono idee. Servono coerenza, coraggio, senso dello Stato. Servono scelte anche impopolari, quando necessarie. E soprattutto serve una cosa che alla sinistra manca da troppo tempo: una visione autentica dell’interesse nazionale.

Ecco perché il loro trionfalismo suona falso. Troppo rumoroso per essere solido. Troppo compiaciuto per essere credibile. Troppo rapido per essere maturo.

Si può vincere un voto e restare ugualmente inadatti a guidare una nazione. È esattamente ciò che sta accadendo oggi.

La sinistra festeggia. Ma dietro l’esultanza resta il solito problema: tante parole, nessuna vera direzione. E l’Italia non ha bisogno di chi urla più forte. Ha bisogno di chi sa reggere il peso del futuro.